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Tratto dal 429 Alla scuola dei taleban: quale lezione per l’Occidente?di Mary Malucchi
Sommarietto: Alla scuola dei taleban, l’ultimo libro di Giuliana Sgrena, attraverso un viaggio nel mondo dell’islam, ci mostra come il talebanismo rappresenti, agli occhi delle masse islamiche, l’ambizione di un mondo altro, senza compromessi col sistema dominante, senza indulgenza per i regimi arabi corrotti, in qualche modo alleati o subalterni all’Occidente. Un’ideologia «globale» da non sottovalutare.
Dopo l’11 SettembreA partire dal dramma dell’11 Settembre, individuato come momento di svolta nei complessi equilibri del mondo, Giuliana Sgrena ricostruisce con grande lucidità e chiarezza i nodi cruciali della storia contemporanea attraverso un viaggio che dall’Afganistan, al Pakistan, dalla Somalia fino all’Algeria, mette a nudo la forza, sempre più pericolosa, dell’islamismo radicale sostenuto dall’ideologia dei taleban. Dopo gli innumerevoli massacri avvenuti, nella sostanziale indifferenza dell’Occidente, in tante parti del mondo, improvvisamente – dice la Sgrena - «l’11 settembre 2001, la comunità internazionale, Stati Uniti in testa, scopriva la pericolosità di quel terrorismo che da anni seminava vittime in diversi paesi musulmani (Algeria, Egitto, etc.)»[1]. Finché il terrorismo non ha colpito in maniera tragicamente spettacolare i simboli della potenza economica e militare statunitense, l’occidente ha continuato a giustificare i crimini più aberranti con il rispetto di «tradizioni» lontane incapaci di accedere alla sfera delle libertà democratiche. Feriti nei punti vitali, gli Stati Uniti danno inizio ad Enduring Freedom, una campagna antiterrorismo guidata da George W. Bush, ma sostenuta anche dagli alleati occidentali, finalizzata alla cattura di Osama bin Laden, ritenuto responsabile degli attacchi, e all’abbattimento del regime dei taleban in Afghanistan. Sotto i bombardamenti americani i taleban, pur mantenendo delle zone di resistenza presso Kandahar e al confine col Pakistan, «battevano in ritirata» permettendo così all’Alleanza del nord di sfondare il fronte e di smantellare il regime afgano. Il regime era stato sconfitto, ma l’ideologia che per anni ne aveva sostenuto la realizzazione è destinata a durare, anzi – dice la Sgrena - «la sua diffusione potrebbe essere ulteriormente favorita dall’effetto Osama bin Laden»[2].
I talebani e l’islam
Gli Stati Uniti, dopo che i mujahidin avevano sconfitto il comunismo e dato inizio a lotte interne fra vari gruppi per il controllo delle vie del petrolio, avevano addirittura finanziato e sostenuto «l’ordine» dei taleban, sottovalutandone però la forza ideologica e la capacità di creare consenso e coesione. Quando poi, di fronte all’incapacità degli «studenti di teologia» di creare quella «pacificazione del terrore» che serviva a Washington per realizzare un oleodotto dal Turkmenistan al Pakistan via Afghanistan[3], tornarono ai loro vecchi alleati, continuarono ad ignorarne il forte radicamento sul territorio e la capacità di dare risposte ad una popolazione profondamente divisa in etnie e clan contrapposti. Per questo anche la successiva vittoria militare e politica sui taleban «non rappresenta certo la fine del talebanismo e della talebanizzazione»[4]. In senso letterale i taleban vengono identificati con gli studenti delle «madrasa», le scuole coraniche ispirate al «deobandismo», ma la loro ideologia di «purificazione delle pratiche islamiche escludendo tutte le contaminazioni delle tradizioni e delle culture locali»[5] è un fenomeno molto più esteso e complesso. Ossessionati dalla condanna di quelle che loro considerano «deviazioni dall’islam delle origini», i taleban si propongono di instaurare l’emirato islamico più puro del mondo.[6] Oltre ai divieti tradizionali imposti dal Corano, escludono infatti l’uso di bevande «intossicanti», di sostanze stimolanti, compreso il tabacco, condannano la musica, la danza, le feste non religiose, e persino riso e pianto, se troppo fragorosi. Vengono distrutti i monumenti che possono essere oggetto di culto, le tombe dei santi, ad eccezione di quella del profeta a Medina. Come dice la Sgrena, «l’originalità dei taleban sta solo, e soprattutto, nell’estremizzazione di una posizione perfettamente insediata all’interno di una corrente […] molto forte nel movimento islamista e che si pone in tutti i paesi musulmani l’obiettivo della “reislamizzazione”»[7]. In Afghanistan i taleban avevano trovato un terreno fertile grazie alla loro capacità di ristabilire l’ordine in una realtà dominata dall’anarchia, dal caos e dalla violenza. Abituati, nel regime dei mujahidin, a vivere nel timore di rapine, sequestri e stupri, per gli afghani aveva poca importanza che si trattasse di un «ordine del terrore». Con i taleban potevano andare in giro sicuri, senza rischiare niente. Anche se era «una sicurezza frutto non di consenso ma di una pesante “deterrenza”: bastava rubare una mela per avere una mano e il piede tagliati, era sufficiente non avere la barba regolamentare per finire in carcere o non portare il burqa per essere frustata»[8]. Anche il Pakistan è stato un vero e proprio laboratorio per i taleban; infatti, non solo costituiva negli anni Ottanta una base di addestramento e di formazione, ma «è stato il principale artefice della vittoria dei taleban»[9]. In fondo la maggior parte di loro sono figli della guerra santa contro l’Unione sovietica, sono stati istruiti nelle madrasa pakistane o sono nati nei campi profughi del Pakistan. E anche la Somalia, devastata da una guerra civile che ha abbattuto il governo centrale, compromesso le attività economiche lecite e distrutto ogni tessuto sociale, ha rappresentato un luogo ideale per far attecchire le forme più estreme dell’islamismo quali sono quelle professate dai taleban. Mentre le varie fazioni si dilaniavano tra loro, «l’islam politico, fondamentalista, si presentava come l’unica alternativa, come fattore unificante al di sopra dei clan e del nazionalismo somalo»[10]. Pur mettendo analiticamente in luce le differenze storiche e sociali tra i vari paesi interessati dal fenomeno, il libro di Giuliana Sgrena evidenzia come il talebanismo rappresenti comunque un modello, una risposta, «un cemento cultural-ideologico che si ramifica dal Pakistan-Afghanistan fino al Medio oriente, all’Africa, all’Asia»[11].
La condizione delle donne
Uno degli aspetti più aberranti di questa ideologia repressiva è l’accanimento contro le donne. Nei cinque anni di terrore imposto dai taleban in Afghanistan le donne hanno dovuto accettare l’idea che la loro sicurezza passasse attraverso la negazione del corpo. Anche dopo la fuga dei taleban, esse continuano a vedere il mondo a quadretti attraverso la grata del burqa. La Sgrena racconta ad esempio la vicenda raccapricciante di un incendio scoppiato in una scuola femminile fatiscente della Mecca, dove le operazioni di soccorso erano ostacolate dagli agenti, più preoccupati di non far uscire le ragazze senza velo che di provvedere alla loro salvezza. E in Pakistan, oltre ai tribunali ordinari, le corti coraniche assicurano pene molto severe per crimini ritenuti particolarmente gravi: «la lapidazione per adulterio, l’impiccagione per stupro, la flagellazione per il consumo di alcolici, la mutilazione di mani e piedi per furto o, nei casi più gravi di rapina con omicidi, la crocifissione»[12]. In base a questa stessa legge, dice la Sgrena, «una donna pakistana, la trentenne Zafran Bibi, rischia di essere lapidata per aver denunciato di essere stata stuprata dal cognato. La denuncia è stata capovolta contro di lei: da vittima di una violenza sessuale è diventata adultera e rischia la morte»[13]. Ma anche a Mogadiscio l’autrice deve testimoniare delle pratiche tutt’altro che civili: oltre alle corti esistono infatti dei centri di «rieducazione» dove chi non si è dimostrato un buon musulmano può restare rinchiuso, senza processi e per volontà della famiglia, anche per diversi anni. Così la Sgrena descrive uno di questi tuguri: «lo spettacolo che mi si era presentato davanti agli occhi era assolutamente sconvolgente: in una stanza di 4 metri per 4, completamente spoglia e buia – l’unico spiraglio era una piccola grata nella porta in alto – erano rinchiuse venti donne, la maggior parte giovani e giovanissime – che dormivano sulla terra nuda – e vedevano la luce del sole solo quando dovevano andare al gabinetto. Anche i pasti, parchi, venivano serviti solo dopo ore di studio del corano. Le loro “colpe”? Essersi rifiutate di frequentare la scuola coranica, essere andate al cinema o essere uscite con un ragazzo»[14]. In Algeria poi, alle donne sono state vietate la scuola, il lavoro, la ginnastica, i bagni turchi. E per chi non accettava il diktat non c’era che la morte. Durante la lotta armata «venivano portate nel maquis, se giovani per soddisfare gli appetiti sessuali dei terroristi – 2029 i casi registrati di donne stuprate -, se anziane per essere schiavizzate. Se rimanevano incinte spesso venivano uccise oppure, se partorivano, il bambino veniva massacrato sotto i loro occhi. […] Non hanno nemmeno potuto avere il conforto degli affetti familiari, poiché la maggior parte delle famiglie le respingeva come causa di disonore. C’è stato persino il caso di un uomo che ha ripudiato la moglie perché violentata durante un’incursione di terroristi. Molte donne sono state uccise e lo sono ancora, con i loro bambini. Contro i quali sono state fatte cose orribili»[15].
La «modernità» dei taleban
Alla fine di un percorso ben documentato e approfondito, Giuliana Sgrena ci mostra quindi come l’islamismo radicale portato avanti dai taleban abbia delle radici così solide e consolidate da non poter essere cancellato con la sconfitta militare del regime di Kabul. L’attrazione esercitata da questa ideologia su tanti musulmani, anche giovani ed istruiti, è riconducibile in parte al fanatismo religioso proprio dell’islam, in parte al rifiuto del consumismo occidentale, per loro sempre più inaccessibile. Ma secondo l’analisi della Sgrena, c’è molto di più. Il talebanismo rappresenta cioè «un’alternativa culturale, politica e ideologica alla globalizzazione imposta dall’Occidente»[16]. L’unica proposta, dopo il fallimento del nazionalismo arabo o del socialismo, capace di assumere una valenza «sistemica», globale, con «il merito, agli occhi delle masse islamiche, di rappresentare l’ambizione di un mondo altro, senza compromessi col sistema dominante, senza indulgenza per i regimi arabi corrotti, in qualche modo alleati o subalterni all’Occidente»[17]. Naturalmente si tratta di una via estrema e disperata, ma, per chi vive senza grandi prospettive per il futuro, non priva di una sua coerenza e credibilità. Proprio nel rappresentare una sfida globale alla globalizzazione, una risposta alle contraddizioni del mondo, il talebanismo non va infatti letto come ritorno al medioevo, ma «prodotto della modernità»[18], come paradigma di analisi e di azione nella società. E la stessa crociata antiterrorismo lanciata da George W. Bush in nome della libertà e della democrazia, rivelandosi invece una guerra contro i musulmani, assume sempre più i caratteri di uno scontro di civiltà non tanto diverso da quello inneggiato da Osama bin Laden. Entrambi, per quanto ispirati da religioni e modelli diversi, dipingono infatti «l’altro» come il nemico, l’agente del male contro cui combattere. Una visione che, incapace di leggere le contraddizioni del mondo e di proporre strategie internazionali alternative alla logica monetaria, alimenterà ancora le reazioni più estreme e disperate.
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G. Sgrena, Alla scuola dei Taleban, Manifestolibri, 2002, p. 35. |